14 Aprile – Incontro su “Riforma del Lavoro”

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Il prof. Garofalo e i giuslavoristi Del Vecchio e Schiavone all’Iniziativa de “Le città che vogliamo” e “Partecipazione è cambiamento”

Jobs act, bocciatura su tutta la linea

E’ una bocciatura su tutta la linea della nuova riforma del lavoro, varata dal governo Renzi, quella fatta dal prof. Domenico Garofalo, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Bari, e dagli avvocati giuslavoristi Massimiliano Del Vecchio e Claudio Schiavone. Palcoscenico di questa sonora tirata d’orecchi al premier Renzi e al ministro del Lavoro, Poletti, è stato il dibattito di giovedì sera organizzato dall’associazione “Le città che vogliamo” e dal movimento “Partecipazione è cambiamento” rappresentato dall’ex assessore provinciale Luca Conserva.
Deficitario in tutti i suoi provvedimenti, questo in sintesi quanto emerso dagli interventi piuttosto incisivi. A partire da quello del prof. Garofalo che, senza peli sulla lingua, ha sottolineato come questa riforma offre “meno sicurezza del posto di lavoro” ma dà “una maggiore sicurezza al mercato del lavoro” in quanto, appunto, va ad incidere “sulla disciplina dei rapporti di lavoro” e ha paragonato lo Statuto del lavoratori ad “un accampamento indiano sotto assedio nel quale sono stati abbattuti i tre totem sacri: l’articolo 4, divieto generale di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori; l’articolo 13, che regolava le mansioni di lavoro. Adesso il datore di lavoro può variare unilateralmente (cioè senza il consenso del lavoratore) le mansioni in caso di modifica di assetti organizzativi; l’articolo 18, tutela sui licenziamenti”.

 

14Anzi, proprio la partita giocata sull’articolo 18 è stata utilizzata, secondo il prof. Garofalo, come arma di distrazione di massa “per far passare nella riforma provvedimenti ancora più indigesti”. E’ il caso di tutta la parte relativa agli ammortizzatori sociali. “L’istituto della mobilità – ha spiegato il prof. Garofalo – è scomparso per sempre lasciando il posto alla Naspi (la nuova indennità di disoccupazione, ndc) la cui durata  massima è di 24 mesi. Il ministro Poletti, però, nei suoi vari interventi televisivi, ha sempre omesso di dire che la Naspi spetta soltanto a chi ha maturato 48 mesi di contributi e che, dal 4° mese l’importo dell’assegno si riduce del 3%, dal 5° mese di un ulteriore 3% e via dicendo fino a giungere a una complessiva decurtazione del 48%”. Stesso discorso per la cassa integrazione che “è stata riformata riducendo il tempo della sua durata fino a un massimo di 24 mesi e le ore lavorabili sono solo un terzo nel biennio”.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, lo Stato, ha poi concluso il prof. Garofalo, “ha avocato di nuovo a sè le competenze che, in questa materia, erano state trasferite a Province e Regioni facendo bene perchè le Regioni hanno dimostrato di non essere in grado di gestire la problematica”. Tutto nero, dunque? No, perchè qualche sfumatura di grigio il prof. Garofalo la intravede come la norma, inserita nella Legge di stabilità, che prevede, per i lavoratori del settore privato vicini alla pensione, la trasformazione del lavoro a tempo pieno in partime”.
Giudizio negativo sul jobs act arriva anche dall’avvocato Massimiliano Del Vecchio, giuslavorista e legale della Cgil, il quale ha sottolineato come i sindacati si siano accorti in ritardo “dell’attacco oscuro che con la riforma veniva portato nei suoi confronti”. E l’arma utilizzata per depotenziare l’azione del sindacato è  stata “la riduzione delle tutele dei lavoratori” che ha portato, ha sottolineato Del Vecchio, “allo schiacciamento del sindacato e a dare piu’ forza ai datori di lavoro. Non a caso – ha aggiunto il giuslavorista – la garanzia a non essere licenziati illegittimamente con il jobs act è venuta meno così come si è  neutralizzata la possibilità di reintegro nel posto di lavoro nel momento in cui è stato monetizzato con un risarcimento che va da 4 a 24 mensilità”. Così come un altro vulnus della riforma “è l’indicazione per legge dei minimi retributivi che assesta un altro colpo all’azione del sindacato”.
Sindacato, però, che pur avendo capito in ritardo il duro colpo infertogli ha prontamente reagito “con la Carta dei diritti dei lavoratori di Fiom e Cgil” che tra le altre cose prevede “il reintegro tout court del lavoratore sia nella piccola che nella grande impresa”.
Sulla mancata consultazione del mondo accademico ha puntato, invece, l’avvocato Claudio Schiavone,che ha poi sottolineato come, nella redazione della riforma, sia stato abbandonato “il metodo della verifica preventiva”, siano venute meno “le relazioni industriali” essendo stata messa da parte “la concertazione tra le parti”. Questo perchè, secondo il giuslavorista, i legislatori quando mettono mano a una riforma non parlano piu’ a noi ma si rivolgono all’Europa e agli investitori chiamati a mettere i soldi. Con la legge Fornero di riforma del sistema pensionistico si è data risposta all’Europa mentre con la riforma del lavoro e del mercato del lavoro si è dato risposte alle multinazionali straniere, dal momento che gli investitori nazionali hanno pochi capitali a disposizione, che ragionano secondo i budget e che hanno la necessità di capire quali saranno i costi di disinvestimento. L’aver previsto nella riforma il massimo di 24 mensilità in caso di licenziamento del lavoratore è, esattamente, una risposta fornita agli investitori”. Il problema legato alla riforma degli ammortizzatori sociali è che, “se una azienda di 400 lavoratori – ha spiegato l’avv. Schiavone – ha necessità di licenziare 50 dipendenti, con l’innalzamento dell’età pensionistica a cosa aggancia i licenziamenti?”. Per non parlare poi, ha concluso Schiavone, dei fattori di crisi “endogeni, con la risposta forte della giurisprudenza come nel caso del repechage (l’obbligo dell’azienda di dimostrare che è impedita nell’utilizzare il dipendente interessato in altre mansioni equivalenti o, in mancanza, anche in mansioni deteriori) sul quale già si è espressa la Cassazione – prevedo soccobenze economiche per i datori di lavoro soprattutto per i medio piccoli -; esogeni perchè, se la crisi non finisce riuscirà questa riforma, che già scricchiola, a reggere?”.

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